Transizione ecologica, perché è necessario un ministero?


La transizione ecologica è fondamentale per rimodellare la nostra società e ridarle uno sviluppo economico basato su saldi principi di tutela ambientale.

Dunque, sviluppo economico sì, ma solo se saldamente ancorato a principi di tutela ambientale e di rispetto etico e sociale di lavoratori e consumatori. Ed è proprio da queste fondamentali convinzioni che nasce la transizione ecologica.
D’altra parte l’ecologia è la scienza che studia le funzioni di relazione tra l’uomo, gli organismi vegetali e animali e l’ambiente in cui, tutti insieme, vivono.

Per questo motivo siamo tutti fortemente interessati nel vedere come la novità più grande del nuovo Governo Draghi, ovvero l’istituzione di un Ministero della transizione ecologica, agirà all’interno delle istituzioni. C’è da sottolineare che questo importante ministero va a sostituire quello dell’Ambiente aggiungendogli anche competenze infrastrutturali.

Ma cosa si intende per transizione ecologica?

Secondo il network europeo Etres (Educational and Training Resources for Environment and Sustainability) che si occupa di diffondere lo sviluppo sostenibile e l’educazione ambientale attraverso iniziative rivolte ai cittadini, per transizione ecologica si intendono una serie di strategie basate su un’etica della responsabilità che hanno l’obiettivo di creare un futuro sostenibile mantenendo gli equilibri planetari associati al benessere dell’umanità.
Un futuro sostenibile è quello definito da molti termini a noi noti: autoproduzione, economia circolare, crescita verde, attenuazione e adattamento per contrastare il cambiamento climatico. A questo aggiungiamo il fatto che le aziende italiane sono in forte ritardo nel formare manager della sostenibilità competenti e che il loro cammino Green, nella maggioranza dei casi, è appena iniziato.

Ecco allora che, secondo Giovanni Ferri, professore ordinario di Economia e direttore scientifico del master in Management of sustainable development goals dell’Università Lumsa di Roma “avere istituito un ministero per la transizione ecologica non è un mero escamotage, ma un passo necessario per dare una svolta alla produzione industriale. L’emergenza ambientale, che è anche un fatto sociale, implica la necessità di affrontare questo tema sia dal punto di vista della domanda, espressa dal consumatore, che da quello dell’offerta, rappresentato dall’azienda”.

Non si tratta di un processo semplice, e neppure veloce.
L’attivista ambientale Rob Hopkins all’interno dei suoi scritti afferma che “il processo della transizione ecologica rimanda a dei cambiamenti nella quotidianità e negli stili di vita, lo sviluppo economico e la pianificazione, secondo una sperimentazione basata dall’apprendimento dei diversi attori coinvolti inizialmente“. La transizione ecologica, quindi, può avvenire soltanto se, dal basso, i cittadini spingono con i loro comportamenti e le loro abitudini l’industria a cambiare e, dall’alto, avviene un cambiamento della produzione che deve essere in grado di convertirsi a una economia circolare, con lo scopo di trasformare gli scarti aziendali rendendoli prodotti sostenibili.

Ben venga allora un Ministero della transizione ecologica che sovrintenda non solo la tutela dell’ambiente e sviluppi percorsi di educazione ambientale sempre più pervasivi ma che lavori assiduamente per formare nuovi manager della sostenibilità ecologica in grado di cambiare la mentalità della parte produttiva del Paese.