Italia nell’occhio del ciclone, investimenti a rischio?


Analisi matematiche e dati empirici vanno nella stessa direzione, che sfortunatamente condanna l’Italia ad essere uno dei paesi avanzati a più bassa crescita. Tra problemi strutturali e cause esterne di varia natura, la recessione sembra essersi trasformato in un destino ineluttabile per il nostro paese, che nel frattempo è tutto impegnato in battaglie irrilevanti contro i mulini a vento. Produttività del lavoro, PIL, disoccupazione, praticamente ogni elemento che concorre a stabilire la solidità di un’economia, in Italia conosce periodicamente contrazioni, rallentamenti e controtendenze rispetto all’intero panorama mondiale. Perché? Ma soprattutto, cosa significa per gli investimenti?

Come detto, i motivi che hanno fatto precipitare l’Italia negli ultimi posti delle classifiche hanno una natura tanto interna-strutturale quanto esterna. L’elenco è talmente lungo, e talmente noto, che sarebbe quasi stucchevole riproporlo. L’Italia non cresce in termini di investimenti, non cresce in termini di produttività del lavoro (= PIL generato in un’ora), non cresce come domanda interna, non cresce come occupati (reali, al di là dei trucchetti introdotti dalle varie normative sul lavoro e dai metodi di calcolo, quantomeno bizzarri, dell’Istat).

Naturalmente, tra le cause del tracollo italiano va annoverata la moneta unica, il cui dibattito sull’opportunità o meno di relegarla in soffitta solo saltuariamente accende il palcoscenico politico nostrano, e di solito viene chiamato in ballo da chi vuole salvaguardarne non solo l’esistenza, ma anche l’attuale struttura, sulla quale, pur non entrando nel merito specifico, ci permettiamo di sollevare delle forti perplessità. Il compromesso tra reddito da lavoro e investimenti, alla base del boom degli anni ‘60, è stato progressivamente smantellato a vantaggio dei secondi, con il risultato che entrambi i termini della partita sono stati penalizzati. Un errore di calcolo clamoroso, il costo del quale peserà sull’economia dello Stivale per parecchi anni ancora.

Il timore che le difficoltà italiane possano pesare in maniera rilevante sugli investimenti dei piccoli risparmiatori è ben fondato. I mercati guardano al nostro paese con sguardo torvo e severo, e benché l’idea che entità esterne determinino così profondamente le sorti di una nazione sia ben lungi dal rappresentare un inno alla democrazia, la realtà è che ad oggi investire in Italia è tutt’altro che un’esperienza priva di rischi. Tuttavia, un risparmiatore saggio sa muoversi anche nella tempesta (“Tutto ciò che è grande è nella tempesta”, sentenziò Heidegger traducendo assai liberamente un passo della Repubblica di Platone).

Innanzitutto, la parola d’ordine è diversificazione. Mai puntare tutto su un unico cavallo, che se perdente si condurrebbe al baratro. Fondamentale sarebbe affidare il proprio capitale ad un consulente, in grado di comprendere meglio l’andamento dei mercati e capire verso quale lido traghettare l’investimento.

Il suggerimento migliore, comunque, è non essere troppo aggressivi, specie in periodi come questi. Preferire, ad esempio, un ETF ad un fondo comune tradizionale è una buona idea; la gestione passiva, finalizzata a replicare l’andamento di un titolo di riferimento, è meno redditizia ma sicuramente più saggia rispetto alla gestione attiva. In mezzo alle brutte notizie, comunque, ce n’è anche una positiva.

Nonostante le difficoltà del 2018, sono in aumento i rendimenti dei PIR (Piani individuali di risparmio), appositamente pensati come volano per le imprese italiane. Sui PIR in parecchi hanno sollevato dubbi e fatto emergere criticità; non è chiaro, infatti, se il beneficio penda più sul lato dell’investitore o dell’impresa, né se i rendimenti siano più allettanti rispetto alla detassazione. Ad ogni buon conto, i PIR stanno regalando spesso percentuali attorno alla doppia cifra. Speriamo che ciò possa rivelarsi di buon auspicio per un 2019 maggiormente positivo per la nostra economia.